Vangelo secondo Pasolini


di Francesco Virga
La letteratura critica su Pasolini mi pare che abbia trascurato, finora, i numerosi segni biblici presenti nella sua opera.
Basti pensare allo stile profetico delle invettive contenute nei suoi ultimi scritti o al suo bellissimo Vangelo secondo Matteo. Il film, dedicato alla memoria del papa buono, uscì nel 1964. Ma, nonostante i riconoscimenti della critica, venne accolto con freddezza e diffidenza dai settori più retrivi del mondo cattolico e comunista. Il regista, infatti, fu costretto a dare spiegazioni anche sul settimanale Vie Nuove:
"Non sono affatto cattolico, anzi sono certamente uno degli uomini meno cattolici che operino oggi nella cultura italiana […]. Ho amato, alla fine degli anni ‘40, la religione rustica dei contadini friulani, le loro campane, i loro vespri. Ma cosa c’entrava lì il cattolicesimo? Sono diventato comunista ai primi scioperi dei braccianti friulani. […]. Forse appunto perché sono così poco cattolico ho potuto amare il Vangelo e farne un film […]. Ho potuto farlo così come l’ho fatto, perché mi sento libero, e non ho paura di scandalizzare nessuno; e, infine, perché sento che la parola d’amore (incapacità di concepire discriminazioni manichee, istinto di gettarsi al di là delle abitudini, sempre, sfidando ogni contraddizione), parola d’amore di cui è stato campione Giovanni XXIII, va considerata un impegno nella nostra lotta".

Papa Giovanni XXIII, insieme a Kennedy e Krusciov, nei primi anni ‘60 costituivano la principale fonte di speranza di un mondo nuovo; e Pasolini condivise con milioni di uomini questa speranza.
E in una deliziosa pagina, scritta sullo stesso periodico nell’ottobre del 1964, il poeta non mancherà di notare, tra le altre cose, l’influenza dell’amata filologia nella formazione del “papa buono”:
"Non c’è nulla di più follemente aberrante del razzismo. Ora, da parte dei comunisti verso i preti, e da parte dei preti verso i comunisti, c’è una specie di atteggiamento razzistico: essi, volendolo o no, cedono a una specie di tentazione discriminatoria, che svaluta l’interezza umana e storia dell’altro, lo destituisce di realtà, lo dissocia.[…]. Come comunista anch’io non sono immune da questa malattia inconscia, e l’anticlericalismo serpeggia come un verme dentro di me, a succhiare il sangue dell’altro fino a renderlo ombra, simbolo, schema di un insieme di cose che mi sembrano ingiuste, di un mondo che rifiuto […] Papa Giovanni era incapace di discriminare, di vedere nell’uomo l’altro, il nemico per definizione […]. Questo voleva significare il suo sorriso […]. Ho saputo in questi giorni che quando era a Istanbul, egli frequentava le lezioni di filologia e di critica stilistica di Auerbach; e questo mi spiega molte cose, non solo il suo particolare modo di fare “lo spirito” (che è tipico della persona raffinatamente specializzata), ma del “distacco” luminoso che egli aveva dalle cose della vita, dello sguardo globale che egli gettava sul mondo, al di là delle sue folli discriminazioni".
L’articolo si conclude con due affermazioni che diventeranno pietre angolari nella storia del dialogo tra marxisti e cristiani in Italia: 1. “Una filosofia atea non è la sola filosofia possibile del marxismo”; 2. “Il grande nemico di Cristo non è il materialismo comunista, ma il materialismo borghese”.
Il Libro costituisce anche la fonte di una Preghiera, raccolta in Trasumanar e organizzar (1970), dove è ripreso il discorso evangelico delle beatitudini:
"Caro Dio,
liberaci dal pensiero del domani. […] l’idea del potere non ci sarebbe se non ci fosse l’idea del domani […]
Caro Dio,
facci vivere come gli uccelli del cielo e i gigli dei campi".

In effetti risulta che Pier Paolo sia stato assai prossimo alla conversione. Lo confermano, tra l’altro, gli scambi epistolari che ebbe con alcuni volontari della Comunità di Assisi e, in particolare, con Don Giovanni Rossi, al quale, il 27 dicembre 1964 scrisse una lettera di cui vogliamo ricordare alcuni passi:
"Caro Don Giovanni, La ringrazio tanto per le sue parole della notte di Natale: sono state il segno di una vera e profonda amicizia, non c’è nulla di più generoso che il reale interesse per un’anima altrui. Io non ho nulla da darle per ricompensarla: non ci si può sdebitare di un dono che per sua natura non chiede d’essere ricambiato. […]. Ho detto delle parole aspre con una data Chiesa e un dato Papa: ma quanti credenti, ora, non sono d’accordo con me? […]. Sono “bloccato”, caro Don Giovanni, in un modo che solo la Grazia potrebbe sciogliere. La mia volontà e l’altrui sono impotenti.[…]. Forse perché io sono caduto da cavallo: non sono mai stato spavaldamente in sella…"
Nonostante l’esplicito rifiuto del cattolicesimo, la figura di Cristo rimarrà sempre un punto di riferimento per Pasolini; in alcuni momenti, insieme a Gramsci, il principale modello esistenziale e ideologico, l'origine culturale indubbia di quel rifiuto della frattura tra ideologia e vita, come mostrano molti suoi versi:
“Bisogna esporsi (questo insegna / il povero Cristo inchiodato?), / [...] noi staremo offerti sulla croce, / alla gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, [...] miti, ridicoli, tremando / d'intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per testimoniare lo scandalo”.
In effetti il binomio scandalo-follia - presente nella prima lettera ai Corinzi, 1-23: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, follia per i Gentili” - ricorre frequentemente nelle sue pagine, applicata alle proprie o altrui esperienze come criterio di misura della validità autentica di gesti, parole, fatti artistici che si pongono spesso come “scandalo e follia”, rispetto al sistema socio-politico e ai codici linguistici dominanti.