Burkina Faso, nella terra degli uomini coraggiosi non c’è posto per i bambini


di Salvina Chetta
«Mi chiamo Marie Reine Josiane Maandinima Toe», così si presenta la protagonista del libro “Il mio nome è regina”, dell’omonima autrice ed edito da Sonzogno.
Non si tratta di un’autobiografia: «Ogni riferimento a fatti e persone viventi o scomparse è del tutto casuale», viene anticipato e precisato in calce; eppure spesso i luoghi e gli eventi sono identici o assomigliano a quelli vissuti dalla scrittrice. Il fatto è, forse, che certe vite, più di altre, seppure vere, sembrano irreali. «Vaporano i fantasmi» dice Cotrone alla Contessa ne “I Giganti della Montagna”, «Avviene, ciò che di solito nel sogno», così realtà e immaginazione si mescolano, si confondono nel romanzo della scrittrice, regista, giornalista e attrice africana che risiede in Italia.
Ha tanti nomi la protagonista del libro, tanti quante le persone che da sempre è stata, quante le vite che ha vissuto. “Maandinima” le calza come una profezia: «Ce l’hanno con loro stessi» vuol dire in samo, la sua lingua, «Qualsiasi cosa ti facciano, ce l’hanno con loro stessi».
Nata in Costa d’Avorio, costretta a cambiare spesso residenza per via del lavoro del padre, André Toe, funzionario del regime di Saye Zerbo, vive prima nell’Alto Volta, l’attuale Burkina Faso, poi in Cina, poi nuovamente nell’Alto Volta, nei sobborghi di Ougadougou, infine in Italia, a Perugia, a Genova, a Milano. Appartenente a una famiglia borghese, in Africa è costretta a frequentare le scuole private, perché derisa dai troppo poveri coetanei, perché esclusa «Fuori posto in qualsiasi parte del mondo», ricca tra i poveri e povera tra i ricchi. Viaggiatrice prima, poi emigrante, costretta a fuggire dall’Alto Volta per via della rivoluzione popolare che nel 1982 si accanisce contro il padre, ritenuto filo imperialista e servo dei bianchi. Un «pesce piccolo» lo definisce, tuttavia, la figlia: «Tutti i pezzi grossi, ministri, generali, alti funzionari» avevano già chiesto ospitalità alla grande amica Francia. André Toe era rimasto nell’Alto Volta, come le «pallide» lattine di Coca-Cola o le creme di bellezza accanto ai bicchieri di dolo sulle bancarelle del mercato di Ougadougou. Segnali sbiaditi di un imperialismo che aveva appena lasciato colonie e colonizzati, per manovrarli da lontano, come macchinine telecomandabili. Tra l’incombente rivoluzione e la miseria del suo popolo, Marie deve crescere in fretta: nella “Terra degli uomini coraggiosi”, questo vuol dire “Burkina Faso”, non c’è posto per i bambini.
«Dove scappare per sentirsi veri, dove fuggire per non esser diversi?» per dirla con Francesco Guccini, che nella canzone “Cencio” descrive la condizione della diversità come condizione di esclusione da parte degli altri, ma anche come autoesclusione dal gruppo: è un peso l’esser diversi, un fardello da dover sopportare, e in questo caso il rimando è a tutte quelle storie di quotidiana lotta che leggiamo nelle tante autobiografie degli emigranti. Ospite di amici del padre, Marie, ancora adolescente, viene in Italia per continuare gli studi. È un altro mondo! Questo pezzo di terra del «migliore dei mondi possibili» si rivela presto un inferno di fumo, alcool, sesso e cocaina sniffata per sanare ferite, colmare vuoti, per sopportare le frenetiche ore di lavoro sui cubi delle discoteche, prolungare fino all’alba quell’essere desti insieme che anticamente era attesa della festa, di una epifania e di una comunione oggi impossibili. La morte improvvisa del padre, il breve ritorno a casa, un nudo mucchio di terra su cui pregare concedono una tregua al travagliato personaggio. Marie tuttavia non si lascia catturare fino in fondo dai vortici dell’irrazionalità: il riscatto di una vita di lotte e rinunce arriva improvviso per un finale da fiaba, che è, a nostro avviso, l’inizio del nuovo capitolo del libro della vita autentica della scrittrice.